E soprattutto, Fazio cosa c'entra?
A volte basta poco per cambiare il giudizio su di una vacanza. Basta una partita a "calcino" con qualche buzzicone valdostano e un gruppo di pistoiesi assonnato dal piattume di un locale di provincia si risveglia e, oltre al fresco e alle montagne, potrà ricordare un soggiorno nella dzenta valaje in modo positivo.
Quando i bambini sono piccoli, si insegna loro a non lamentarsi per qualsiasi sciocchezza, ma di dare il giusto peso alle proprie manfrine per evitare che, nel momento del vero pericolo, i nostri pargoli non vengano ascoltati. Evidentemente gli albergatori valdostani (e un po' quelli di tutto l'occidente) non sono mai stati bambini. Da anni, estate inverno e primavera, stampa e televisione locali vanno ad interrogare gli esercenti turistici sull'andamento degli affari e sulle presenze. La risposta ormai è standard: va tutto male. Perfino nel 2003 qualcuno faceva il piangina. 2003, anno magico di 40°C per più di 40 giorni nelle grandi città del Nord Italia, durante il quale trovare un posto letto in Valle d'Aosta era peggio che trovare un italiano a Sharm-el-Sheik di questi tempi. Quel 2003 oggi preso come "anno 0", incredibile ed irripetibile pietra miliare del turismo di inizio secolo.
Il percorso, ben segnalato, si snoda per tutto il vecchio borgo, sulla sinistra orografica dell'Artanavaz, tra strette vie e piazzette. È un modo spesso utilizzato altrove per "costringere" il visitatore a soffermarsi, oltre che sulle opere, sul contesto paesaggistico e cittadino, per conoscere angoli suggestivi di solito snobbati dalla velocità di auto e moto. Irrimediabili spuntano le note negative: angoli che non sarebbero proprio da far vedere (ma trovare il borgo ideale è impresa ardua, in Valle d'Aosta almeno) e mancanza di una "mappa" con il percorso completo a disposizione di tutti i visitatori. Le suggestioni sono però molte, le opere e il contesto sono l'ideale per mettere alla prova la curiosità e la creatività di fotografi o semplici villeggianti.
Il borgo di Saint-Rhémy, molto suggestivo, ospita un'esposizione diffusa intitolata ironicamente "La vatze in the world", in un mix tra patois e inglese che rende ottimamente l'idea della commistione tra scene di vita quotidiana e di orgoglio contadino valdostano in contesti stridentemente contrastranti, quali i prati di Central Park a New York City o lo sfondo tipico del cambio della guardia londinese. I fotomontaggi sono sparsi lungo un percorso quasi naturale nelle vie, da poco rimesse a nuovo, del villaggio più caratteristico della vallata.
Il castello di Bosses ospita invece altre tre mostre: stesso soggetto, che rischia di stancare anche un turista interessato, presentato questa volta in scatti che fotografano la vita in alpeggio, in opere pittoriche di Margueret e in sculture lignee dei migliori artisti valdostani, tra i quali i tatà di Marguerettaz e le creazioni del compianto Patrocle.
Da qualche settimana, in un orario infelice dettato dalle esigenze nazionali di palinsesto, va in onda su Raitre, la domenica mattina attorno alle 10, "Prima di RaiVdA", una serie di documenti e documentari che testimoniano com'era la Valle d'Aosta prima che esistesse la sede regionale della TV di Stato. Interessanti interviste a bacan tutti d'un pezzo, progetti mastodontici di sviluppo turistico ed economico, sindacalisti e politici idolatranti la "dzenta valaje". Cos'è cambiato? Ben poco o forse nulla: le idee stantìe sono sempre le stesse, non hanno dato frutti ma vengono riproposte oggi allo stesso modo. E anzi, a volte vengono fatte passare come novità tecnologiche raffinate.
Gli scatto una foto, mi guarda, mi dice: "Ehy, quanto manca?"
Umberto Bossi, quando ancora era sano, teorizzava la Padania e la sua scissione dal resto dell'Italia. La fantomatica entità territoriale statale avrebbe adottato una moneta diversa dalla Lira, per poi aderire con la grande e gloriosa europa alla moneta comune. Un ictus può aver causato tutti questi danni? Fonti certe mi dicono di no, perché Bossi già prima dava di matto...