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venerdì 30 maggio 2008

Robert Fisk - Del perché dalla storia non impariamo mai nulla

Robert Fisk dovrebbe essere uno di quei nomi che, invocato, evocasse reportage d'autore, esperienza sul Medio Oriente, memoria storica delle guerre che segnano quell'area dal dopoguerra ad oggi, autorevolezza e notorietà. E invece, in Italia è quasi sconosciuto. Giunti al confine nazionale, al di là è il vuoto: a parte qualche premio Pulitzer, al di qua filtra ben poco dei grandi giornalisti internazionali. E ci teniamo i D'Avanzo, i Giordano, i Facci come esempio. Bah!

Escludete pure questa introduzione, aggiunge poco ai miei pensieri dopo questa lunghissima, faticosa ma interessante lettura. Cronache mediorientali è tutt'altro che un libro facile, un best seller. E' un libro di storia, di reportage giornalistico. Che, attraverso la narrazione del dietro le quinte dei tanti servizi che l'autore ha scritto e fotografato per il Times prima e per l'Independent poi, fornisce un quadro completo degli ultimi 60 anni di tensioni internazionali, dall'Algeria alla Palestina, dalla Bosnia al Pakistan: una vita a Beirut per lavoro, "il luogo che ormai chiamo casa", usando le parole dell'autore, intramezzata da numerosissimi viaggi in tutti i Paesi arabi e oltreoceano, nella tana dei nuovi imperatori, per cercare di capire. Capire, non limitarsi alla cronaca come fanno molti giornalisti "neocon" americani, che avallano ogni decisione del proprio governo se è a favore di Israele e contro il "terrorismo", a prescindere dall'approfondimento e dalla storia.

La storia, come ci insegnano a scuola, è recursiva. Torna sempre, più o meno simile. E la storia delle guerre è ancor più recursiva, quasi fotocopia tra l'una e l'altra: è proprio il motivo per cui ce la insegnano a scuola, "per non fare nuovamente gli stessi errori". Dal genocidio degli Armeni in avanti, passando per le guerre sostenute da noi occidentali per i nostri interessi in Medio Oriente, arrivando alle ultime "guerre al terrore" che ricalcano perfettamente eventi passati, anche nei minimi dettagli, non abbiamo imparato nulla: decisioni avventate, guerre lampo, sacrifici di innocenti come "danni collaterali" nel nome delle bombe intelligenti, utilizzo di armi non convenzionali per evitare che i "tiranni arabi" utilizzino le loro (inesistenti) contro di noi; disprezzo per le risoluzioni delle Nazioni Unite che non fanno comodo, invocazione di quelle che invece riteniamo giuste per attaccare Nazioni sovrane. La lista sarebbe lunghissima.

In oltre un migliaio di pagine, fitte fitte, Fisk racconta, senza mai rendersi noioso e ripetitivo, tutti gli sbagli, tutte le decisioni controproducenti, tutti gli errori ripetuti più volte in nome della tutela della civiltà e della democrazia. Chi meglio dell'autore stesso potrebbe sintetizzare meglio la sua opera:

"Per distruggere le armi di Saddam, per democratizzare, difendere e tenere insieme l'Iraq, i soldati statunitensi rimarranno bloccati lì per decenni. Eppure nell'Iraq liberato ci saranno sicuramente attacchi terroristici come nell'Afghanistan liberato. Perché un Islam militante che tiene in pugno decino di milioni di credenti non accetterà mai che si George Bush a decidere il destino del mondo islamico. [...] La specialità dei popoli islamici è l'espulsione di potenze imperiali tramite il terrorismo e la guerriglia. Hanno mandato via gli inglesi dalla Palestina e da Aden, i francesi dall'Algeria, i russi dall'Afghanistan, gli americani dalla Somalia e da Beirut, gli israeliani dal Libano... Abbiamo imboccato la strada dell'impero, ma oltre la prossima collina incontreremo quelli che ci hanno preceduti. L'unica lezione che apprendiamo dalla storia è che non sappiamo apprendere dalla storia".

Robert Fisk
Cronache mediorientali (The great wer for civilization: the conquest of the Middle East)
Il Saggiatore, Milano, 2006
Euro 35,00

domenica 13 aprile 2008

Potrei averlo scritto io...

«Andare a votare mi è sempre piaciuto, amo la banalità della democrazia, nutro simpatia per i seggi, gli scrutatori, i tabelloni appesi, le guardie che guardano, la matita copiativa. Mi emoziono ogni volta, anche se le volte oramai sono tante. Non ho mai capito l'ignavia dei disinteressati, dei non partecipi per menefreghismo, e fatico a digerire anche la spocchia di quelli che non vanno a votare perché "non si riconoscono" in nessun partito, chissà in che cosa si riconosceranno, nel Re di Atlantide, negli anelli di Saturno, nella barba di Bakunin, nella loro mamma? (...) Ho un paio di amici che rimarranno a casa, a misurare la puzza sotto il naso. Da dopodomani gli vorrò bene lo stesso, oggi no. Oggi li detesto».

Invece l'ha scritto Michele Serra.

mercoledì 20 febbraio 2008

Curzio Maltese - I padroni delle città - Un libro anti-qualunquismo

I padroni delle città smonta i luoghi comuni più cari alla "politica da bar" e all'antipolitica. Non «E' tutto un magna magna» e «Destra e sinistra, uguali sono» soltanto a Roma, nelle stanze del potere. In provincia il colore politico conta come un nano su un parquet della pallavolo: è folklore, ma poco altro.
Curzio Maltese, komunistaccio di Repubblica, percorre un viaggio da sud a nord tra i principali capoluoghi italiani, raccontando dove sta il potere in ognuno di essi. Potere che spesso non sono politica e religione, come ci fanno credere sempre i politici e i religiosi stessi, ma è un puzzle di economia, finanza, società e cultura.
Maltese, nell'introduzione, premette di aver ricevuto le inevitabili tonnellate di critiche per ogni sua tappa, da gente che voleva dire la sua, da amministratori che lamentano l'assenza di riferimenti "al bel mare" o la cattiva mano del cronista calcata proprio sulla criminalità sopita o sul malaffare divenuto ormai abitudine. Anche la stampa, soprattutto quella locale, nelle varie tappe si è scagliata contro "lo straniero in patria" che "viene qui, sta due giorni in un albergo di lusso e pretende di capire meccanismi decennali e consolidati".
Ma il quadro che ne esce, è verosimile e realistico. L'ho toccato con mano, leggendo con cura particolare i capitoli dedicati ad Aosta e Milano, città che ho vissuto, e a Torino, Genova, Firenze, città che ho conosciuto (per le altre, fare il turista disinteressato un paio di volte non basta per poter dire che si conosce una città).
Leggendo, sembra di viaggiare. Ogni città è ben caratterizzata, non manca mai un riferimento emotivo (odori, sapori, colori) e un inquadramento generale, ma si arriva rapidamente al nocciolo delle questioni: i problemi sono inquadrati rapidamente, ma con profondità. A portarli all'occhio del cronista sono la politica (maggioranza o opposizione, comune o provincia poco importa), l'imprenditoria, la solidarietà, la classe operaia o quella borghese-colta. Ne emerge un quadro in cui spicca la capacità della società italiana, composita e frammentata, di aver dato il meglio di sé in mille maniere diverse, e di aver dato il peggio di sé sempre nella stessa maniera: la sete di soldi, la corruzione, l'etica dimenticata.

Curzio Maltese
I padroni delle città
Feltrinelli, Milano, 2007
Euro 14,00

martedì 8 gennaio 2008

Trattatello senza pretese sui media moderni

Pierpaolo, un anziano rocker valdostano che si sta finalmente laureando, mi ha chiesto di scrivere qualcosa sul "rapporto tra i media tradizionali, il web e i blog". Ora, lui starà già pensando da giorni «'sto stronzo di manomano parla parla, ma si è dimenticato di quagliare».
E io sto pensando da giorni «non sono assolutamente in grado di scrivere su di un argomento così complesso, data la mia esperienza limitata e piuttosto strana».
Venendo al punto, ciò che avrei scritto, se lo avessi fatto, sarebbe suonato più o meno così:

Il web 2.0 non esiste. Il suo peso è meno di zero: una cosa sconosciuta non esiste, così come l'America prima di Colombo. Al fianco di una fetta di società aperta alla tecnologia e al disordine del web, che ne apprezza l'immediatezza e la pluralità di versioni e vedute, resiste una maggioranza legata alle fonti di informazione tradizionali, alla firma, all'autorevolezza. Spesso, legata semplicemente alla facciata. Forse questa maggioranza sarà costretta, in breve tempo, ad adattarsi o a cedere il passo: la realtà immediata è però differente.
I media tradizionali - tra cui ovviamente: quotidiani e periodici stampati, televisioni e radio - sono soggetti a vincoli fisici asfissianti, che sono però la loro forza. La tv, così come la radio, ha come vincolo il tempo, l'orologio. La limitatezza temporale è però fonte di sintesi, rapidità, immediatezza, semplicità: certo, si porterà dietro refusi e inefficienza, ma la sua efficacia li renderà secondari. Venendo alla stampa: pagine, colonne, righe, battute. Una selva di limitazioni fisiche, che si portano dietro folli corse per riempire i giornali in tempo utile per la chiusura, l'impaginazione, la scelta gerarchica delle notizie, i tagli per accorciare pezzi troppo lunghi o sbrodolati: un processo immutabile, serioso e sinonimo di autorevolezza.
Il web, in questo, riesce ad sommare tutti i vantaggi e allo stesso modo tutti gli svantaggi della carta, della tv e della radio. Non ha limiti di tempo e di spazio, ma deve suscitare interesse perché il prodotto raggiunga il proprio target: ottenere un clic è banale, ma non è facile. Internet non ha limiti di spazio, né in lunghezza né in brevità, e deve per questo fornire i contenuti giusti, senza allungare troppo il brodo, perdendo attenzione nella lettura; senza concentrarlo, perdendo approfondimento.
Il web può permettersi di non spiegare, grazie al link.
Le notizie sono spesso date in ordine cronologico, nei portali tematici o in quelli locali, o presentati in "prime pagine", principalmente dai siti dei quotidiani cartacei stessi. Il web è immediato, ma non ha l'assillo del tempo: il vantaggio di essere in continuo movimento e veloce, non corrisponde però ad altrettanti punti deboli. Una notizia "bucata" può essere inserita successivamente, e magari approfondita: su di un quotidiano, un giorno in più è tardi.
Vengo rapidamente ai blog: strumenti? Fonti? Svago? Approfondimento?
Difficile dirlo, sono tutto questo messo assieme. Il disordine del web li frena, ma è il loro motivo di vita: posso scrivere per anni senza essere conosciuto da nessuno, ma sono libero di farlo; posso raggiungere il "successo" per caso. La democrazia li ispira, tutti possono dire e fare ciò che vogliono (o quasi), ma allo stesso tempo la diffusione li fa diventare un mucchio di informazioni disorganizzate, un complesso assordante di notizie che pochi leggeranno.
E un link non è importante, come nella stampa su web, ma è vitale.
I blog, soprattutto nel già citato "web 2.0", sono l'ennesima fonte di informazione tra cui destreggiarsi, e per di più hobbistica e raramente lavorativa: la leggenda narra di manager intenti a svuotare la casella da email indesiderate per quasi metà del proprio tempo lavorativo; oggi siamo arrivati alla frenetica ricerca di fonti informative valide all'interno dell'enorme numero di siti e situncoli, blog e portali. Sommersi da informazioni.
E quindi il blog non è fonte di informazione, proprio perché non ha autorevolezza immediata: deve conquistarsela, con un link tra i "preferiti" o un posto in un aggregatore di feed. Deve sottostare alle regole non scritte del giornalismo e dei mass media.
C'è da aggiungere soltanto una cosa: spesso i blog non sono informativi, ma momenti di approfondimento. E, anche in questo caso, scimmiottano tv e stampa: fonti di liti tra opposte fazioni (politiche, sportive, religiose), si riducono ad essere luoghi di ritrovo tra "uguali": i lettori che si riconoscono in un tipo di blog, leggono, commentano e linkano solo quel tipo di blog. L'apertura culturale di cui sono portatori è vanificata. E i blog rimangono democrazia, cultura, curiosità, comicità, approfondimento: ma raramente informazione.
Quando ci si accorgerà appieno delle potenzialità del web, e dei blog, magari attraverso la creazione di portali tematici o geografici più efficienti di quelli attuali, sarà come la scoperta dell'America. Arriverà il Colombo di turno e la troverà bella. Nonostante non fosse ciò a cui era abituato, la vecchia Europa della carta e dell'antenna, o quello a cui mirava, l'Oriente esotico e magico.

lunedì 26 novembre 2007

Downhill, freeride, four-cross e compagnia danzante

Visto che da queste parti non si scrive abbastanza, abbiamo aperto anche questo.

Nell'immagine, il mostro Sam Hill (campione del mondo e vincitore della coppa del mondo di mtb downhill) a Maribor, fine stagione. Foto rubata a Transcend Magazine.

Beppe Severgnini - Come disimparare l'italiano

Il metodo migliore per farsi passare la voglia di scrivere è leggere "L'italiano - Lezioni semiserie" di Beppe Severgnini tutto d'un fiato. Va preso con calma (abbondante), senza troppi pregiudizi (q.b., come nelle ricette) e senza timori (paura di cosa?): farsi prendere dal ritmo della scrittura, come in un romanzo, porta a matematica depressione.
Ogni capitolo fornisce un consiglio che ovviamente disattendiamo; in ogni paragrafo c'è un suggerimento che non seguiremmo nemmeno sotto tortura; e soprattutto, se due espressioni si equivalgono, ma una delle due è preferibile, noi poveri tapini scegliamo d'istinto quella sintatticamente meno corretta. Quella che crea equivoci, quella che la Crusca consiglia.
Un libro consigliato a chi scrive male, sconsigliato a chi scrive bene: o, meglio, consigliato a tutti, ma con posologia diversa.
Su una cosa non sono d'accordo con Beppone: spesso l'omissione di "io penso", "personalmente", "la mia opinione è", da lui consigliata nel libro, ha creato conflitti insanabili con lettori e scrittori on-line. Bisogna capire, in questi casi, che si passa per pedanti sputasentenze agli occhi di lettori frettolosi e di criticatori prevenuti. Consiglio a Severgnini: dopo il corso di scrittura, scriva un corso di lettura.

Beppe Severgnini
L'italiano - Lezioni semiserie
Rizzoli, Milano, 2007
Euro 17,50

venerdì 23 novembre 2007

martedì 6 novembre 2007

Enzo Biagi ci saluta...

Ogni mia parola sarebbe superflua.
Vorrei soltanto approfittarne per girare il dito nella piaga: speriamo che dopo di lui non arrivino di nuovo Max&Tux...

giovedì 11 ottobre 2007

Prestigiosi debutti sulla scena internazionale

Il mio commilitone (nel senso che abbiamo passato i migliori anni della nostra vita, rovinandoli, in un tugurio) Francesco, conosciuto come Zapotek (dalla blogospheeeere), come Ciccio (da sua nonna, forse), come Delucida (dai correttori automatici di Word), come il materano gentile (dagli indiani Navajos), fa il suo esordio come Dj finanziario.

mercoledì 10 ottobre 2007

Sigh sigh... Mario Giordano lascia Studio Aperto

L'inventore del manuale Cencelli della gnocca è stato cacciato.
Ebbene, Giordano lascia la scaletta flessibile, nel senso che è fatta seguendo i numeri del Lotto alle otto e applicandovi un vettore matematica stocastico, lascia i collegamenti con il meteo tempestanti tutti i 20 minuti di giornale, manco fossimo in pieno ciclone tropicale, lascia i servizi di nera strappalacrime di Silvia Vada davanti alla/e villa/e dell'assassino/i, lascia le notizie bomba, complice Giuliacci junior, sul caldo di luglio o sulla neve di gennaio, abbandona i collegamenti minimali da tutte le città dello stivale per sapere se piove o tira vento, le anteprime settembrine dei calendari osé: lascia Studio Aperto, insomma.
Finalmente gli hanno dato un calcio nel sedere. Finalmente hanno capito che spendevano di più in collegamenti satellitari e telefonici per i tg delle 12.25 e delle 18.25 che i cachet per l'intero palinsesto della reteggggiovane di Mediasèt (come dice Mike).
Finalmente si sono accorti che è un incompetente, che lungo una giornata leggera e friendly, perlomeno l'informazione deve avere un tono serio, che non tutto è reality e culetti sculettanti e video di Youtube. Che non si può avere una voce così e fare carriera televisiva. Che alla fine un po' di nepotismo ci vuole, e che i direttore di telegiornale sono troppo giovani.
Finalmente il Cavaliere e la sua famiglia capiscono che il premio Pulitzer non sarebbe mai arrivato al maestro del telegiornalismo italiano.

Mi informano dalla regia che Giordano andrà a dirigere Il Giornale di famiglia. Ritratto. Erano meglio l'Alieno e Lucignolo.

Indro mica si scomoderà a rivoltarsi nella tomba per così poco.

Aggiunta giovedì 11 ottobre 2007, ore 12.04: TVBlog commenta a modo suo

venerdì 24 agosto 2007

Miss Italia

Non me ne fregava niente, poi...

mercoledì 30 maggio 2007

L'errore

La colpa dei giornalisti è quella di dover parlare sempre. Scrivere sempre. Raccontare sempre. Anche quando non ne sanno nulla, anche quando non vorrebbero, anche quando qualsiasi altra persona farebbe altro

giovedì 23 novembre 2006

Ma che bella che è la nuova Stampa

Che bella che bella che bella. Non riesco a capire i "conservatori" che continuano a lamentarsi...

giovedì 13 luglio 2006

Er Papa

'Namo bene, er Papa è giunto tra noi. Farà le vacanze in Val d'Aosta fino a fine luglio. Noantri semo 'nati a trovarlo, circondati da 'na scorta tutta romana e da giornalisti polacchi con accento romanesco.
Lui ha parlato di calcio con il più pazzo di noi. Se parlava der Pupone, chiedevo la residenza a Roma perché mi sarei sentito fuori dal mondo...

martedì 19 luglio 2005

Prima di RaiVdA - Dopo RaiVdA - Qual è la differenza?

Da qualche settimana, in un orario infelice dettato dalle esigenze nazionali di palinsesto, va in onda su Raitre, la domenica mattina attorno alle 10, "Prima di RaiVdA", una serie di documenti e documentari che testimoniano com'era la Valle d'Aosta prima che esistesse la sede regionale della TV di Stato. Interessanti interviste a bacan tutti d'un pezzo, progetti mastodontici di sviluppo turistico ed economico, sindacalisti e politici idolatranti la "dzenta valaje". Cos'è cambiato? Ben poco o forse nulla: le idee stantìe sono sempre le stesse, non hanno dato frutti ma vengono riproposte oggi allo stesso modo. E anzi, a volte vengono fatte passare come novità tecnologiche raffinate.
I. Le industrie della bassa Valle in crisi. In uno stabilimento, alla fine degli anni '60, per ovviare a problemi finanziari dei "padroni", gli operai mettono su una "società comunista" in cui il CdA è formato dagli operai tutti. Poco dissimile dall'attuale situazione di crisi profonda di Tecdis, Olivetti IJet, Feletti, ecc... La soluzione che si trova? Soldi dalla Regione, che è ben contenta di darne per evitare che si perdano posti di lavoro.
II. La montagna spopolata. L'allora direttore di non-so-quale-organismo-quasi-pubblico Ilario Lanivi, futuro presidente della Giunta, è felice di presentare il contributo pubblico, a fondo perso, di 30.000 lire annue per capo bovino. Ho come il sentore che il contributo attualmente non sia più di 30.000 lire. Sta di fatto che a questo si sono aggiunti negli anni i contributi per il verde agricolo, per i tetti in lose, per l'agricoltura di qualità, per i consorzi fondiari, per i consorzi lattiero-caseari e via discorrendo. Insomma, la soluzione sono i soldi dalla Regione. Che però hanno solo protratto nel tempo un problema che, evidentemente, andava risolto in altro modo.
III. Il turismo che non ne vuole sapere di rilanciarsi. Pila costruisce il più grande scempio paesistico e architettonico della Valle proprio in quegli anni. Una stazione integrata, raggiungibile in auto e in ovovia da Aosta in pochi minuti, con negozi, banche, poste, abitazioni, alberghi, ristoranti, piscine, campi da tennis e piste da sci sotto casa. Ma un altro progetto concorrente fa sfumare il tutto, lasciando un'enorme, sottoutilizzata e oscena struttura degna del nome di cattedrale nel deserto. Ancora oggi la Valle tira fuori ogni 2x3 il concetto di stazione integrata, da sviluppare ad ogni costo per fare il decisivo salto di qualità al quale "l'esigente turista attuale" (degli anni '60) non può fare a meno. Il tutto farcito da copiosi contributi dalla Regione.
IV. Il particolarismo minacciato. L'autonomia minacciata e moine simili non nascono certo negli ultimi anni. Nessuno ci ha mai veramente creduto, penso, nemmeno chi ha fatto suo questo motto nella propria politica. Qui però i soldi della Regione non c'entrano. Sono cruciali quelli di Roma...
Insomma, in 40 anni non è cambiato nulla o quasi. O perlomeno non è cambiato il modo di farcelo vedere e sentire dal servizio pubblico. Tutto sta nel determinare quale sia la verità: non è cambiato nulla o qualcuno vuole che non sia cambiato nulla, per pigrizia, per convenienza, per sfizio?

sabato 16 aprile 2005

Persone e intelligenza per fare la differenza

Ho assistito ieri sera ad Aosta, in uno squallidissimo albergo chiuso per anni e in fase di riapertura, ad un dibattito al quale ha partecipato Michele Santoro. Invitato da Roberto Mancini e da una lista che parteciperà alle prossime elezioni comunali, Uniti per Aosta. Tema la libertà, Santoro ha spaziato dall'Europarlamento, alla crisi del berlusconismo, al successo di Vendola, ai suoi Sciuscià, per arrivare, da profano, ai problemi valdostani.
Ha parlato di regime, ridimensionando l'orwelliana prosopopea (ho imparato questa parola ieri sera da Mancini) fatta da alcuni uomini di sinistra. Il regime esiste, ma è mediatico. L'appiattimento generale dei contenuti e le epurazioni bulgare del nostro giovane premier da Sofia minano il libero arbitrio e la libertà di scelta portando ad un pensiero unico su 6 reti (o 7). Non c'è più contrapposizione, non c'è più libertà tanto che l'ottimo Fazio sembra compiere azioni eroiche quando invita Lilli Gruber (o, aggiungo io, Jaruselski) alla propria trasmissione. Non c'è più intelligenza, altro che ricerca. E il nostro Paese è fermo, immobile. Perde vitalità e si riempie le narici di robaccia.
Un parallelo che può essere attuato anche a livello locale: monopolio dell'informazione, assoluto delirio dello spirito critico, sopito sotto strati e strati di "va bene così" e di persone che, in fondo, "l'é tan brao"...
Aosta è città turistica solo per l'ISTAT. Non c'è la formula magica, dice Mancini. Ma qualcosa bisognerà pur fare. L'Università non è libera, caso unico in Italia (e, aggiungo io, in Europa). Il centro cittadino è invaso da più camion dell'autostrada. Nessuno però ha la voglia di drizzare la schiena (ormai quasi tutti l'hanno piegata, non come Santoro), alzarsi e alzare la voce.
Santoro conclude replicando all'immancabile domanda "tornerà in tivì?". Lo fa citando una celeberrima puntata di Sciuscià - Emergenza guerra in cui l'hanno fatta da padrone i punti interrogativi. Il suo obiettivo era rivoluzionare il modo di fare politica e attualità in televisione, quando non era ancora sintonizzata a reti unificate sulla demenza. E lascia il pubblico valdostano con un altro punto interrogativo. L'Union Valdotaine è imbattibile, punto interrogativo?